Auto elettriche: una storia che parte da lontano

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Auto elettriche: una storia che parte da lontano

“Il futuro dell’auto è elettrico”: un mantra che sentiamo ripetere sempre più spesso, nelle fiere di settore come nei recenti spot delle case automobilistiche.
Eppure sarebbe più appropriato dire “Il passato dell’auto è stato elettrico”: già, perché non tutti sanno che le prime auto a propulsione elettrica hanno visto la luce addirittura prima delle più rumorose e inquinanti sorelle a combustione.

Una storia affascinante, fatta di pionieri della mobilità, che con genio e inventiva hanno intuito le enormi potenzialità di quelle rudimentali bobine fatte da magneti e fili di rame: il primo a sperimentare la carrozza elettrica è stato, nel 1839, l’imprenditore scozzese Robert Anderson che sostituì i cavalli del proprio mezzo con un motore elettrico a corrente continua – motore brevettato da Thomas Davenport soltanto alcuni anni prima, nel 1834 -. Già allora il destino – e la fisica – misero davanti a Anderson un problema che avrebbe segnato l’intera storia della mobilità elettrica: la capacità e la durata dei sistemi di accumulo. Il problema era che le batterie utilizzate per accumulare l’energia di questa prima, rudimentale carrozza, erano irreversibili, cioè non ricaricabili.
È con l’invenzione delle batterie ricaricabili, brevettate nel 1859 dal fisico francese Gaston Planté e successivamente migliorate, sul finire dell’ottocento, dal connazionale Camille Alphonse Fauré, che la storia della mobilità elettrica ricevette una accelerata improvvisa. Una spinta fortissima se consideriamo che all’alba del ventesimo secolo le auto elettriche addirittura superavano, oltre che per diffusione, anche per prestazioni e velocità i primi motori a scoppio. Memorabile è il record della Jamais Contente: un veicolo più simile a un razzo che a un’automobile. Il 29 aprile 1899, sulle strade del comune francese di Acheres, il pilota e ingegnere belga Camille Jenatzy raggiunse con questo mezzo elettrico l’incredibile velocità di 105,88 km/h: un vero record per l’epoca!
La progettazione e la commercializzazione di auto elettriche vide un primo iniziale successo non tanto per questioni di natura ambientale quanto per la semplicità di utilizzo e la scarsa manutenzione richiesta rispetto ai motori a scoppio. Addirittura ai tempi erano i mezzi preferiti dalle donne: mezzi “puliti” (non in termini di emissioni, ma di pulizia meccanica con componenti non intrisi di olio, grassi e nafta) e molto più facili da avviare delle auto a combustione. Prima dell’invenzione del motorino di avviamento, le auto venivano avviate a manovella: una manovra che richiedeva una notevole forza fisica e per questo non proprio adatta alle prime autiste dell’epoca.

Tra il panorama dei pionieri dell’elettrico spiccava anche un nome che ancora oggi non passa certo inosservato: Ferdinand Porsche. La prima della lunga serie di auto commercializzate dal marchio tedesco si chiamava “Egger-Lohner electric vehicle, C.2 Phaeton model”, per brevità definito modello P1: nata nel 1898, la Porsche P1 era un veicolo elettrico pesante 130 kg, con ruote a raggi non gommate su balestre; il veicolo era in grado di erogare una potenza di 3 CV, raggiungendo la velocità massima di 35 km/h, con un’autonomia di 80 km; niente male per l’epoca! Anche l’Italia, astro nascente del panorama automobilistico mondiale, fece la sua parte agli albori della mobilità elettrica, con un mezzo che oggi definiremmo ibrido plug-in: l’azienda automobilistica torinese STAE commercializzò dai primi anni del novecento modelli “benzo-elettrici”, ovvero dotati di due motori elettrici a trasmissione cardanica, alimentati da un motore a benzina con alternatore.

Tuttavia, la difficile gestione dei sistemi di accumulo, la scarsa potenza erogata dai motori elettrici del tempo e le pressioni dei nascenti colossi dell’industria petrolifera, decretarono la fine di questo mercato appena dopo la sua nascita. Timidi tentativi di progettazione vennero fatti dalla Peugeot durante la seconda guerra mondiale e non mancarono ingegneri che si interrogarono sulla necessità di produrre mezzi a trazione elettrica anche sul finire degli anni settanta, in piena crisi petrolifera.

A giudicare da queste storie avvincenti verrebbe da dire che la recente “svolta” verso l’elettrico non sia generata da un ineluttabile futuro che ci chiama a sé, ma da un passato che alle nostre spalle preme per riprendere un percorso abbandonato molti anni fa.

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